Calabria: ciò che forse non conosci!

Se dovessi consigliare un viaggio molto probabilmente ne consiglierei uno “esotico” diverso dalle mete di cui tanto parlano i media, uno di quei viaggi senza pretese se non quella di scoprire cose diverse e viverle comprendendo fino in fondo il significato. Oggi vi porto in un viaggio diverso, fuori dagli schemi… andiamo in Calabria, e chi meglio di me, originario di queste terra poteva farlo? Buona Lettura!!!
Quando si sente il nome Calabria, spesso si pensa ad una terra depredata dai fatti di cronaca che prendono spazio prepotentemente nei giornali nazionali, oggi scopriamo allora una Terra diversa, ma per capirla, badate bene, occorre ripartire con un po’ di storia di questa bella e maledetta terra.

Calabria, fu culla della civiltà, terra di ispirazione per matematici, sportivi, teologi, ma non solo: l’attuale nome Italia deriva proprio da questa incredibile terra, o almeno così fu per i greci. I nomi che si susseguirono comunque furono diversi: Enotria, Bruzia, Magna Graecia. Tanti nomi, tante gloriose popolazioni si alternarono per contendersi questa incredibile terra: molte delle quali si sono talmente ben radicate che ancora oggi ne hanno conservato lingua, cultura e tradizione e sono anche tutelate.
Bene questo viaggio parte proprio da Guardia Piemontese in provincia di Cosenza per mostrarvi queste particolari differenze linguistiche. Proprio in questo minuscolo o curioso borgo del meridione si parla ancora oggi l’occitano ovvero Il guardiolo. Per le viuzze del centro storico è molto facile sentire parlare lingua guardiola, ad oggi il solo esempio di lingua occitana nel sud di Italia. Caratteristica è proprio l’isolamento di questo gruppo linguistico se si pensa che la zona nativa è la Francia meridionale o altri gruppi occitanofoni che si trovano in Piemonte e in Liguria. Raccontano gli storici del paesino che fino ai primi degli anni sessanta era possibile esistevano addirittura tre tipi di guardiolo, che richiamavano rispettivamente i quartieri diversi del centro.
Abbandonando per un attimo la lingua occitana e Guardia Piemontese, ci dirigiamo poco più a Sud: arriviamo sulla famosa, per alcune persone in particolare e scopriremo il perché: Riviera dei Cedri.
Durante il periodo estivo sono decine e decine i sacerdoti ebraici, i rabbini che raggiungo la riviera da molte parti del mondo Stati uniti. La motivazione è ovvia: la religione.
Il rabbino mi spiega che nei sacri testi prevedono che durante il Sukkoth vengano raccolti solo i migliori frutti provenienti dall’albero più bello che appunto per gli Ebrei è il cedro, i rabbini vengono nella Riviera dei Cedri per visionare personalmente uno a uno gli alberi e scegliere i singoli frutti da utilizzare tra settembre e ottobre per la Sukkoth conosciuta anche come “Festa dei Tabernacoli” una delle tre principali feste ebraiche dell’anno.

Cedro sacro – Foto di http://www.calabriaonweb.it/

Ore 6.30, zaino in spalla e via ad osservare il processo di selezione dei migliori cedri inizia è fantastico osservarli: il rabbino e il contadino avanzano con aria ispettrice e molto lentamente cercano tra i cedri quello perfetto.

A quanto pare i cedri per le celebrazioni hanno caratteristiche ben precise. In primis occorre selezionare gli alberi i quali devono essere cresciuti non da talea innestata con almeno al quarto anno di vita inoltre devono avere la caratteristica del “peduncolo” pronunciato, ma senza rughe e senza macchie sulla buccia. Per il cedro perfetto i rabbini sono disposti a spendere cifre veramente elevate.
Terminato il nostro tour sulla riviera dell’alto ionio cosentino ci spostiamo ora nell’entro terra e andiamo a conoscere gli arbëreshë: la popolazione albanese risiede in Calabria da oltre 500 anni in seguito alla conquista da parte dell’impero turco-ottomano dell’Albania. Eccoci arrivati a Lungro comune arbëreshë e sede principale (insieme a quella degli arbëreshë di Sicilia) arbëreshë dell’Italia continentale. Solo in Calabria si contano 40 paesini di origine arbëreshë sparsi in tutta la penisola calabrese. Quello degli arbëreshë è solo un altro piccolo tassello del grande e variegato mosaico che compone l’estrema punta della penisola italiana. Sono capitato volutamente durante La festa dell’Esaltazione della Croce che prende tutti i connotati ereditati dalla tradizione bizantina che caratterizza appunto l’intera popolazione arbëreshë.

Typical Arbëreshë female costumes.jpg
Typical Arbëreshë female costumes” di Marzio Altimari. Original uploader was Marziolino at it.wikipedia – Transferred from it.wikipedia; transfer was stated to be made by User:Vonvikken.
(Original text : www.marzioaltimari.com). Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Dopo questa breve escursione arbëreshë, decido di rimettermi in auto e scendere a Sud, ad esplorare un’altra parte di Calabria, conosciuta ma solo per le vicende attuali non sicuramente per quelle storiche, sto andando nella città delle 3 V, Vento, Velluto e Vitaliano, sono nel capaluogo calabrese, a Catanzaro.
Sicuramente poco è rimasto di quel che un tempo era la capitale della seta e negli anni ha dato i natali al fisico Franco Piperno, al regista Gianni Amelio e al filosofo Giacomo Marramao, senza dimenticare Mimmo Rotella.
C’è tanta storia seppellita su questi colli, una storia che bisogna cercare nei suoi palazzi, nelle sue ville e nei suoi giardini. Una città particolare nel vero senso della parola: “et voilà Catanzaro!, c’est extraordinaire!” esclamò Marc Augé, famoso scrittore dei non luoghi nel momento in cui vide Catanzaro.
Vento, già!! Tanto vento, per via della sua particolare posizione tra il tirreno e lo ionio. Velluto un tempo era il “sale” dell’economia catanzarese. Infine V come San Vitaliano, patrono della città. Ma cosa vuoi che sia una città senza i suoi sapori? Mi sono fermato a mangiare il morzello (morzedhu) il piatto tipico catanzarese. Una bontà per chi ama le interiora di vitello, molto speziato e soprattutto e ovviamente super piccante, servito secondo tradizione, all’interno di una pitta: una tipologia di pane con un grosso buco al centro, o ancora in piatto. Ho fatto il bis… 🙂
Dopo essermi fatto una passeggiata per digerire il vitello appena mangiato per il corso, anch’esso molto bello, trovo la strada per andare a visitare il bioparco.

Catanzaro – Veduta
Collage – Catanzaro” di Ste81Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Fantastico!! 60 ettari di natura nel cuore della città, tra i più grandi d’Italia, tanto che nel 2011 ha ricevuto a Padova il Premio nazionale “La Città per il Verde 2011”. Dopo aver visto diverse specie faunistiche e floreali. Decido di lasciare Catanzaro, ma ovviamente attraversando il Ponte Morandi, tra i più grandi a livello mondiale come arcata, mica cotica e mi dirigo verso il basso ionio catanzarese, ma prima pit stop in uno dei migliori Hotel in Calabria. Qui mi faccio indicare le migliori zone da visitare e da raccontare, quindi in ordine: Roccelletta di Borgia, Montauro, Soverato, Sant’Andrea Apostolo dello Ionio.

Prima di proseguire con la lettura mi preme molto sottolineare che le infrastrutture sia di viabilità interna che l’autostrada funziona molto bene, e tranne qualche piccolo tratto (roba di centinaia di metri) tutto scorre liscio come l’olio. Le strade interne, in particolare del catanzarese non hanno nulla da invidiare all’hinterland di Milano.

Questo lembo di terra ha vissuto anch’esso enorme prestigio nel corso dei secoli. Basta andare nel Parco Archeologico della Roccelletta, unico nel suo genere all’interno del quale testimonianze romane, greche e bizantine vivono in perfetta armonia, e il più delle volte enfatizzate da esposizioni di arte e manifestazioni.
Proseguo il mio cammino (si fa per dire) verso Montauro. Minuscolo paesino arroccato su di una collina, con una vista stupenda che guarda da Crotone a faro punta Stilo (provincia di Reggio Calabria). Qui a Montauro è stato trovato il famoso nodo templare all’interno della Chiesa di San Pantaleone, dei segni che richiamano e somigliano a quella della Maddalena di Rennes La Chateau (in Francia). Molto interessante, ma se proprio non vi convince, posso garantirvi che la vista ripaga abbondantemente gli sforzi fatti. Decido quindi di tornare a valle e dirigermi a Soverato, la classica ridente cittadina :), negozi bar, locali ideale per chi vuole divertirsi insomma, ma esiste anche una chiesa al cui interno è custodita la statua marmorea della Madonna con bambino del Gagini. Molto suggestiva e sicuramente da vedere!
Dopo una breve sosta a Soverato e una passeggiata sul suo lungomare degustando una pizza al taglio unica nel suo genere, proseguo a Sud per altri 10 chilometri circa, arrivo a Sant’Andrea Apostolo dello Ionio, un grazioso paesino di circa 200 anime suddiviso tra borgo antico e marina. Aldilà delle bellezze paesaggistiche di indubbia bellezza tant’è che è sotto l’attenzione del Fondo Ambientale Italiano. Decido di salire su al borgo, ma prima procedo per la Chiesa di Campo, una chiesetta appunto risalente all’anno 1000 costruita su basamenti di età ellenistica. Piccolina e curiosa anche se all’interno è rimasto poco dopo i ritrovamenti di alcuni resti ossei e l’ammodernamento scellerato della Chiesetta. Salgo su in Paese e giro per Piancastello, e mi consigliano di andare a visitare una piccola casetta, molto particolare appartenuta alla ora Beata Maria Antonia Samà meglio conosciuta come la Monachella di San Bruno. La storia è di per sé molto interessante. Pare appunto che la monachella dopo aver bevuto dell’acqua da un fiumiciattolo e fosse stata posseduta dal demonio. La Baronessa dell’epoca decise di portarla a Serra San Bruno (circa 30 chilometri di distanza) per farla esorcizzare e alla vista del busto di San Bruno la povera Mariantonia si riprese, ma a distanza di due anni fu nuovamente vittima di una rara malattia che la costrinse a rimanere per oltre 60 anni allettata. Alla sua morte, la monachella di San Bruno, non possedeva alcuna piaga da decubito.
Dopo aver ascoltato molto attentamente la storia e osservato questo caratteristico centro medioevale. Zaino in spalla decido di scendere a piedi per la ‘mpetrata, l’antica via utilizzata dagli abitanti per scendere a valle in quel che oggi è Sant’Andrea Marina in cui si mormora che prestigiosa gente del panorama politico nazionale venissero a trascorrere le proprie vacanza in massima riservatezza, e lo credo bene la zona marina è veramente unica, vergine, non potete capire se non ci venite, e se siete amanti di spiagge lunghe bianche e vuote… siete nel posto adatto a voi! Qui inoltre ho saputo che le tartarughe caretta-caretta depongono le uova.

Il mio viaggio si ferma qui, per ora! Adesso tocca a Voi sperimentare! C’è il viaggio sulla 106 ionica da Guardavalle a Reggio anche, che vi catapulta direttamente negli anni 60-70 e non sto scherzando!

Buon Viaggio

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