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    Ha un nuovo nome l’ennesima affascinante sfida dell’uomo con la natura: si chiama “skyrunning”, una disciplina sportiva dove gli atleti corrono in alta quota,  mettendo a dura prova la propria resistenza fisica  e lottando non solo contro la fatica tipica della maratona (lunga durata in primis), ma anche contro le  classiche avversità della montagna, come l’altitudine, i terreni impervi e le difficili condizioni climatiche.
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    Tanto nuova questa disciplina in realtà non è, se si pensa che il primo “skyrunner” (l’uomo di Similaun) è stato ritrovato su un ghiacciaio dopo 5.000 anni. Risale poi al 1519 l’impresa del soldato spagnolo che salì alle pendici del vulcano Popocateptl, in Messico (5441 metri!).  Interessante è infine il record di Federick Morshead: 16 ore  e mezza  è il tempo che impiegò nel 1864 per andare da Chamonix al Monte Bianco e ritorno.

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    Bisogna arrivare al 1933 per assistere alla prima gara ufficiale ad alta quota, (4.000 metri),ma con gli sci: il famoso Trofeo Mezzalama di scialpinismo. E’ targato invece 1998 il primo Campionato mondiale di skyrunning, svoltosi a Cervinia, teatro poi due anni dopo delle prime Olimpiadi d’alta quota, gli SkyGames: 18 nazioni in competizione su cinque diverse discipline: SkyBike, il Vertical Kilometer, lo SkySki, la SkyRace (da Zermatt in Svizzera a Cervinia) e la SkyMarathon.

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    Diventare un “corridore del cielo” non è certo impresa facile: per provare l’emozione di immergersi nella natura di scenari da brivido, dalle innevate Alpi alle cime del Colorado sino agli altipiani tibetani, occorre un’adeguata preparazione tecnica, oltre alla cura dell’alimentazione e dell’equipaggiamento da utilizzare.  Per dare un’idea dell’enorme dispendio di energie che lo skyrunning richiede, si pensi che spesso, monitorando le prestazioni di alcuni atleti, vengono raccolti in tale senso dati preziosi per lo studio e la ricerca della fisiologia e della biochimica umana in alta quota.

    Correre con la testa “fra le nuvole” insomma sì, ma fino ad un certo punto! 

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